Cristina La Bella ci racconta il suo libro “Mario Draghi. La speranza non è una strategia”, un ritratto dedicato ad uno dei protagonisti più celebrati e riservati della scena europea

Ci sono personaggi che conosciamo per le parole che pronunciano e altri che riconosciamo dai silenzi. Mario Draghi appartiene alla seconda categoria: uomo di rare uscite pubbliche, capace di cambiare il clima dei mercati con poche frasi e di restare, nonostante tutto, sostanzialmente indecifrabile.
È da questo “mistero” che parte Cristina La Bella, autrice e giornalista che collabora con diverse testate dal 2012 e che ha seguito per Urbanpost il mandato di Draghi a Palazzo Chigi.
Dalla sua osservazione nasce “Mario Draghi. La speranza non è una strategia” (Santelli), una biografia che si apre con una domanda scomoda: perché Draghi è così osannato? La risposta dell’autrice non è né un’apologia né un processo.
L’intento del libro è quello di ricostruire una vita fatta di responsabilità arrivate presto: il ragazzo rimasto orfano a sedici anni, il giovane che aspetta Franco Modigliani fuori da Palazzo Koch pur di studiare al Mit, il dottorando che lavora fino a diciotto ore al giorno, fino all’uomo di Stato, tanto controllato quanto appassionato, che davanti alla questione della competitività europea ripete il suo “do something”.
Il rischio di ogni biografia, ammette La Bella, è l’agiografia, a maggior ragione quando il protagonista è già avvolto da una narrazione fatta di autorevolezza, rigore e prestigio. La sua scelta è stata quella opposta: chiedersi, davanti a ogni episodio, quali fossero i dubbi, i costi e le ambizioni che ci stavano dietro. Non smontare Draghi, ma capirlo, e raccontare l’uomo.
In questa conversazione con l’autrice, abbiamo parlato di potere e responsabilità, di riservatezza e rispetto della sfera privata, di quel “ghiaccio bollente” che per lei racchiude l’essenza del personaggio e del perché, ancora oggi, ogni sua parola pesa.
Scrivi che il tuo punto di partenza era un interrogativo: «Perché Draghi è così osannato?». Dopo la pubblicazione e le recensioni del pubblico, qual è la risposta che daresti a questa domanda?
Quando Draghi arrivò a Palazzo Chigi nel febbraio del 2021 buona parte della stampa lo accolse come un salvatore. Ricordo frasi come «Al passaggio di Draghi si inchinavano le statue di De Gasperi» o «Draghi entra nella stanza e il resto scompare». Abbastanza ridicole, no? Un processo di beatificazione di cui l’ex presidente del consiglio avrebbe fatto volentieri a meno. Gli elogi continui hanno, infatti, sortito l’effetto opposto, tant’è che molti vedono ancora oggi in Draghi l’emblema dei poteri forti.
Lavorando alla sua biografia ho capito che la sua reputazione, peraltro mai esibita, è costruita sulla sua capacità di essersi assunto responsabilità nei momenti in cui altri esitavano, anche quando si trattava di decisioni impopolari. In situazioni molto delicate, come la crisi dell’eurozona o la pandemia, Draghi ha dimostrato di sapere dove mettere le mani.
E la competenza non è qualcosa che si improvvisa, ma è frutto di studio, lavoro, di incontri. Celebrarla unicamente però è sbagliato: compito di un giornalista è porsi delle domande e tentare di dare delle risposte. Per questa ragione sono sempre molto attenta alle parole del pubblico durante le presentazioni e ai messaggi che mi inviano i lettori.
Il libro nasce dall’immagine delle mani di Draghi in un Consiglio dei ministri del giugno 2021. Perché proprio un dettaglio fisico per raccontare il potere, la vita e l’ascesa di questa figura?
Confesso che la prima cosa che guardo in un uomo sono le mani. Nel caso specifico del libro mi è servito. Credo siano state un’immagine perfetta da cui partire, visto che al centro del volume c’è il potere. Draghi è un uomo pragmatico: il suo potere è sempre stato esercitato attraverso il fare e mi riferisco al prendere decisioni, firmare, stringere relazioni e accordi, intervenire.
Noi stessi, quando parliamo, diciamo «mettersi nelle mani di qualcuno», nel senso di affidarsi completamente ad un’altra persona, che tra le righe vuol dire anche conferirle un certo potere. È un elemento chiave del linguaggio del corpo ed era giusto dedicargli spazio nella biografia.
Sempre in apertura, condividi il fatto che il rischio peggiore di una biografia è l’agiografia: qual è stato il momento in cui è stato più difficile evitarla, e come si è sviluppato il processo di scrittura generale?
Il rischio dell’agiografia, nel caso di Draghi, è stato particolarmente forte perché esisteva già una narrazione pubblica molto potente attorno a lui. È una persona su cui si sono sedimentate parole come autorevolezza, serietà, rigore, prestigio. Il pericolo era semplicemente di ripeterle. Il momento più difficile è stato forse proprio quando la realtà sembrava confermare la leggenda.
Quando trovi una serie di episodi in cui Draghi effettivamente dimostra di avere sangue freddo e preparazione, la tentazione di trasformare la ricostruzione in celebrazione è fortissima. Per non cascarci, ho fatto l’opposto: ogni volta che trovavo qualcosa di esemplare, ho provato a chiedermi cosa ci fosse dietro. Quali fossero i dubbi, i costi, le ambizioni, gli eventuali errori. La scrittura è andata avanti così: non cercando di smontare Draghi, ma di capirlo. Che è una cosa molto diversa. In sostanza, non credo di avergli tolto grandezza, ma di averlo fatto scendere dal piedistallo. Di raccontare l’uomo.
«Il cuore dei banchieri centrali»: Draghi lo dice dopo l’applauso alla Camera, il 21 luglio 2022. Cosa ti dice di lui quel momento, e dove, nel libro, il cuore si vede di più?
Quella frase è molto ironica, ma contiene anche una grande verità. L’idea che mi sono fatta di Draghi è che sia un uomo molto controllato, ma questo non vuol dire che manchi di passioni. Al contrario, spesso la sua emotività è fortissima, ma è molto sorvegliata. Quel momento a cui accennavi è emblematico: lì per un attimo la corazza cade e rivela una certa commozione.
Gli applausi dei presenti riconoscono a Draghi qualcosa che va oltre il ruolo istituzionale e lui come avrebbe potuto restare indifferente? Il cuore, nel libro, si vede soprattutto nei momenti in cui lui ha avvertito il peso della responsabilità. E forse anche nei rapporti personali che ha saputo mantenere fuori dalla scena pubblica. Dietro il controllo non c’è freddezza, io non credo che sia un uomo algido.
Penso solo che abbia voluto tutelare negli anni le persone care che gli stanno attorno e sé stesso. Quanti hanno costruito la propria fortuna sfruttando i punti deboli degli altri? Draghi ne è consapevole: per questo è diffidente, non consente di far presa, è molto riservato.
A sedici anni, rimasto orfano dei genitori, Mario Draghi si prende cura dei fratelli e dei conti di casa: quanto di quel ragazzo c’è nell’uomo di Stato, a tuo parere?
Secondo me ce n’è moltissimo. Non nel senso semplicistico che tutto ciò che Draghi ha fatto dopo sia spiegabile con quell’esperienza, ma perché a sedici anni si trova improvvisamente davanti a qualcosa che tornerà molte volte nella sua vita: il peso della responsabilità. Diventa di colpo capofamiglia, lui stesso racconta di essersi dovuto confrontare con scadenze e bollette da pagare.
È una scuola di vita molto diversa da quella che normalmente immaginiamo quando pensiamo alla formazione di un grande economista. Ha studiato e faticato tanto per arrivare dov’è: dall’Università La Sapienza, dove è stato allievo di Federico Caffè, è approdato dopo la laurea al Mit di Boston. Non si è lasciato abbattere dalle difficoltà, si è rimboccato le maniche, arrivando a lavorare anche 18 ore al giorno in America. Credo che quel profondo dolore per la perdita dei genitori nel suo caso non sia andato “sprecato”.
Quando mi hai fatto la domanda, non so per quale motivo, ma mi è venuto subito in mente romanzo Il danno di Josephine Hart, da cui è stato tratto l’omonimo film diretto da Louis Malle, in cui si legge «Ricordati, chi ha subito un danno è pericoloso: sa di poter sopravvivere». Non penso sia il caso di Draghi, che ritengo, invece, una persona attenta agli altri.
Lo prova tutta la sua carriera da civil servant e anche il suo recente rapporto con la competitività europea. La sua formazione gesuita ha lasciato un’indelebile impronta: fare le cose al meglio delle proprie possibilità. Con questo non voglio dire che non abbia mai pensato a sé stesso e ai propri interessi, non voglio ridurlo ad un santo, non l’ho fatto nel libro e non intendo cominciare qui.
L’episodio dell’attesa a Palazzo Koch esprime più coraggio o spregiudicatezza? E cosa ci dice del suo modo di affrontare i momenti decisivi?
Direi una combinazione di entrambe le cose. Il coraggio, da solo, non basta a spiegare quell’episodio. C’è anche una certa dose di spregiudicatezza, cioè la disponibilità a tentare una strada che altri forse non avrebbero nemmeno preso in considerazione. Che poi l’immagine di lui giovanissimo, che attende fuori dalla Banca di Italia il Premio Nobel Franco Modigliani perché desideroso di andare a studiare al Mit di Boston, non è così distante da me che cerco di convincere scorta e carabinieri a consegnargli le prime bozze del mio libro a Città della Pieve.
Sta a te stabilire quanto valga la pena fare una cosa o non farla. Draghi non è un uomo che ama il rischio per il gusto del rischio, ma quando individua un obiettivo che considera importante è disposto ad esporsi. Prudenza non significa inazione e la sua carriera è frutto di preparazione sì, ma anche di audacia.
Il Draghi che lavora fino a 18 ore al giorno a Boston è lo stesso che oggi manda messaggi all’alba ai collaboratori: cos’è cambiato, e cosa no, in questo suo modo di porsi verso il lavoro e i doveri, nel corso della sua carriera?
È cambiato moltissimo il mondo intorno a lui, ma molto meno il suo rapporto con il lavoro. Senz’altro è mutata la scala delle responsabilità. Prima doveva dimostrare di essere all’altezza del Mit, poi si è trovato a dover decidere su questioni che riguardavano istituzioni, mercati, banche, Europa, Italia.
Moglie e figli restano lontani dai riflettori: come si scrive la biografia di un uomo così riservato senza violarne il privato?
Una biografia non è un lasciapassare per entrare nella vita privata di una persona. Nel caso di Draghi mi sono data una regola, ma l’avrei fatto con chiunque: ho cercato di distinguere ciò che aiuta a capire l’uomo da ciò che serve semplicemente a soddisfare una curiosità. La famiglia è importante perché dice anche molto di una persona, naturalmente.
Ma proprio per questo va trattata con rispetto. Non volevo trasformare moglie, figli e nipoti in personaggi di una storia che appartiene soprattutto a Draghi. Nel terzo capitolo si parla di Maria Serena Cappello, del buen retiro di Città della Pieve, ma senza esagerare. Non mi interessava il gossip. In fondo anche il silenzio è una forma di informazione. Il fatto che abbia protetto così rigorosamente quella parte della sua vita dice qualcosa del carattere di Draghi.
Nel libro parli di “ghiaccio bollente”: perché quella frase continua a essere così potente, anche ad anni di distanza?
È un ossimoro bellissimo che Alfred Hitchcock usò per descrivere Grace Kelly. Non potevo non prenderlo in prestito, perché racchiude proprio l’idea che mi sono fatta di Mario Draghi. Descrive una contraddizione che secondo me è al centro del personaggio: lui trasmette freddezza, controllo, precisione, ma oltre la superficie la temperatura è molto alta. Da una parte il banchiere centrale che pesa ogni parola; dall’altra l’uomo capace di decisioni molto forti, di ambizione, di ostinazione.
È questo contrasto ad averlo reso così efficace sulla scena pubblica: non è un leader che ha bisogno di alzare la voce per trasmettere potere. Anzi, quando interviene pubblicamente, proprio perché accade di rado, tutti prestano attenzione. Per la serie: “Se parla Draghi, è perché ha qualcosa di importante da dire”. Se non fosse stato tanto enigmatico, sfuggente, sai, non credo che mi avrebbe attratto per un libro. Draghi deve molta della sua fortuna al mistero che avvolge la sua figura. E il mistero è un aspetto che affascina chi ha sete di letteratura.
Il libro si chiude con il richiamo al discorso del «do something» sul rapporto sulla competitività: cosa ti fa pensare che sia questa la frase che riassume meglio Draghi oggi?
Perché quel «do something» è quasi la sintesi perfetta di tutto il percorso raccontato nel libro. Draghi ha costruito gran parte della sua reputazione nei momenti in cui non era sufficiente commentare una crisi, ma risolverla. Insomma quando c’era da fare qualcosa. È successo alla Bce, durante la pandemia. E oggi torna davanti alla questione della competitività europea.
L’aspetto interessante è che la frase non dice «do everything», ma «do something». Draghi non pretende dall’Europa che abbia una soluzione magica, ma rifiuta l’idea che l’assenza di una strategia perfetta giustifichi l’immobilismo. Lo stesso titolo del volume è un invito all’azione: «La speranza non è una strategia». E non a caso è una battuta di Draghi.
Credits Images: fornite dall’autrice Cristina La Bella (Carla Roccasecca Fotografa)
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