Il Diavolo veste Prada 2 rappresenta l’evoluzione come manifesto di quello che è successo ( ed i cambiamenti ) in questo periodo storico di vent’anni

il diavolo veste Prada 2

Era il 2006 quando nelle sale italiane usciva Il diavolo veste Prada, tratto dall’omonimo romanzo del 2003. Tutti quei vestiti straordinari, quelle scarpe e quelle borse sembravano appartenere a un universo quasi irreale: un sogno, sì  patinato, scintillante, irresistibile.

Per Andy Sachs il percorso era chiaro: entrare, resistere, emergere. Poi è arrivata la realtà e, con lei, la consapevolezza che quel mondo era fatto di scelte scomode e rinunce silenziose. Fino a quell’epilogo che tutti ricordiamo: un telefono lasciato cadere in una fontana a Place de la Concorde gesto simbolico, liberatorio, definitivo.

Nel frattempo, tutto è cambiato. Il giornalismo cartaceo, che nel primo capitolo rappresentava un’istituzione quasi intoccabile, ha iniziato un lento e inesorabile declino, fuori dallo schermo, il mondo cambiava alla stessa velocità con cui scorrevano le pagine di una rivista.

Per mettere le cose in prospettiva: il primo iPhone è arrivato appena un anno dopo l’uscita del film  come ha ricordato il regista David Frankel. Un dettaglio che oggi assume un valore quasi simbolico: l’inizio di una rivoluzione digitale che avrebbe ridefinito completamente il sistema dei media, trasformando il concetto stesso di autorevolezza, velocità e rilevanza. Le copertine non bastano più, i tempi si accorciano, l’attenzione si frammenta. E con essa, cambia anche il potere.

È proprio dentro questa trasformazione che prende forma Il diavolo veste Prada 2. Non come semplice continuazione, ma come evoluzione inevitabile. Se il primo film raccontava l’ingresso ingenuo, ambizioso, in quel sistema, il secondo si muove su un terreno più complesso: quello delle conseguenze. Perché il vero racconto inizia dopo. Dopo le scelte, dopo i successi, dopo i compromessi.

Ritroviamo Andy, chiamata  quasi contro la sua volontà  a rientrare nel sistema che aveva scelto di lasciare, in un equilibrio sottile tra ambizione e coerenza personale. Ci chiediamo se, questa volta, sarà disposta a scendere a patti con il “diavolo”. 

Accanto a lei, Emily Charlton si muove con sicurezza nel panorama del lusso internazionale, incarnando una nuova forma di potere, più consapevole e meno ingenua. 

Nigel resta fedele a quella visione estetica che lo ha sempre definito, sospeso tra talento e riconoscimento, tra dedizione e rivincita.

E poi c’è Miranda Priestly. Se prima era l’incarnazione di un’autorità indiscussa, oggi si trova davanti a una sfida più complessa: restare rilevante in un mondo che non riconosce più le stesse regole. Visualizzazioni, like, engagement, viralità, nuove metriche che ridefiniscono il concetto di successo e trasformano ogni decisione in un rischio calcolato.

 Il suo impero non è più inattaccabile, e forse è proprio questa fragilità a renderla ancora più interessante. Perché la vera domanda non è solo quanto a lungo si possa restare al vertice, ma cosa si è disposti a perdere per non scendere.

Nel frattempo, la moda continua a esercitare il suo fascino. I look, impeccabili e costruiti con precisione quasi narrativa, attraversano le grandi maison  da Armani a Dior, fino a Valentino ricordandoci che l’estetica non è mai solo superficie, ma linguaggio, identità, espressione.

E forse è proprio qui che si chiude il cerchio. Perché se è vero che quel sogno, nel tempo, ha perso parte della sua innocenza, non ha perso il suo significato. È cambiato, si è trasformato, è diventato più complesso ma anche più reale.

Il Diavolo veste Prada 2 è nelle sale italiane dal 29 aprile.

Credits: courtesy of Press Office Disney

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