Edwige Pezzulli ha guidato un gruppo di sei astrofisiche italiane in uno studio che ha offerto una possibile risposta all’enigma dell’origine dei buchi neri supermassicci nell’universo primordiale

Intervista a Edwige Pezzulli, astrofisica e divulgatrice

Edwige Pezzulli ha trascorso gran parte della sua vita a guardare lontano. Nel suo campo visivo, per anni, sono entrati buchi neri supermassicci primordiali, galassie lontane miliardi di anni luce, l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo. Ma il suo sguardo non si è mai fermato al cielo. C’è sempre stata, accanto alla ricerca, una spinta altrettanto potente: portare la scienza dove storicamente è esclusa.

Edwige Pezzulli è astrofisica, divulgatrice, autrice. Si è formata alla Sapienza di Roma, ha fatto ricerca all’Institut d’Astrophysique de Paris ed è diventata nota al grande pubblico per aver guidato nel 2017 un gruppo di sei astrofisiche italiane – tutte donne – in uno studio pubblicato su The Astrophysical Journal Letters che ha offerto una possibile risposta all’enigma dell’origine dei buchi neri supermassicci nell’universo primordiale. Un lavoro ripreso dalla NASA, che in Italia ha però finito per raccontare più le vite personali delle ricercatrici che la loro scienza.

Nel corso degli anni Edwige Pezzulli ha ricevuto numerosi riconoscimenti: il Premio Nazionale GiovedìScienza, la nomina a Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, il Premio Nazionale R.O.S.A., il Premio Rossella Panarese, il Premio della Società Italiana di Fisica per la Comunicazione Scientifica, il Rosone d’Oro per la Scienza. Riconoscimenti arrivati in parallelo a una precarietà lavorativa che non ha mai smesso di accompagnarla. Fino al 2025 ha lavorato all’INAF con assegni di ricerca rinnovati anno dopo anno. Poi, i tagli.

Oggi Edwige Pezzulli racconta con la calma di chi ha guardato a lungo dentro l’abisso cosmico e ne è tornata con una convinzione profonda: la conoscenza non può restare chiusa in un laboratorio o in un’aula universitaria. Deve arrivare ovunque, soprattutto dove la paura è più forte.

Qual è stato il tuo primo incontro con la scienza? E perché proprio l’astrofisica?

Vengo da una famiglia mista: madre polacca e padre calabrese. Sono cresciuta nella periferia est di Roma, un posto che mi ha insegnato presto a muovermi tra mondi diversi. A un certo punto, quasi per caso, mi sono innamorata della scienza. L’astrofisica mi ha colpita perché sembrava contenere tutto: l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande, con noi umani nel mezzo – anche se capire esattamente come ci stiamo dentro non è mai banale.

Nel 2017 hai guidato un gruppo di sei astrofisiche italiane in uno studio che ha fatto il giro del mondo. Come fu raccontata quell’esperienza in Italia?

Eravamo sei donne, cinque precarie e una sola di ruolo. La stampa ha parlato di chi era madre, di chi faceva sport, più raramente della scienza. Voyeurismo personale al posto della sostanza. Eppure, era proprio quella la storia vera: la precarietà strutturale dell’accademia italiana, che spesso si nasconde dietro la retorica del merito.

Hai ricevuto numerosi premi e riconoscimenti. Eppure, fino al 2025 hai lavorato con contratti precari. Come si conciliano queste due facce della stessa medaglia?

La ricerca pubblica italiana è definanziata. Quarantamila precari nelle università, trentamila a rischio di perdere tutto. Contratti senza TFR, senza malattia, senza ferie. È una generazione intera che regge la ricerca: all’INAF quasi il 50% delle persone che fanno ricerca e divulgazione è precario. Non ci sono concorsi, non ci sono stabilizzazioni. Immagina di costruire una città grande come Gorizia piena solo degli esperti migliori al mondo nel loro campo, e poi da un giorno all’altro metterla alla porta, senza ammortizzatori sociali. È terrificante.

Ti è stato chiesto spesso se ti penti di non essere partita per gli Stati Uniti, dove le prospettive sarebbero state diverse. Cosa rispondi?

No, è una scelta che rivendico. Ho voluto restare e restituire qualcosa al territorio che mi ha formato. Ma il sistema non tutela il “Made in Italy” della ricerca. I ricercatori italiani sono tra i migliori al mondo: all’estero li assumono in ruoli chiave. Qui li trattiamo come risorse usa e getta.

Essere donna in questo contesto aggiunge un ulteriore peso?

L’autorevolezza è ancora percepita come un attributo maschile. C’è uno studio del 2012 su Science dell’Università di Yale: CV identici, metà firmati John, metà Jennifer. John viene valutato più competente e gli offrono stipendi più alti di oltre il 15%. Succede anche in accademia, dove si predica neutralità e oggettività. Ho scritto un libro proprio su questo.

Oltre alla ricerca, hai scelto di fare divulgazione scientifica. Perché?

La scienza non è solo un mucchio di fatti. È un metodo per porsi domande sensate e cercare risposte oneste. È un bene comune, ma è relegata agli esperti. C’è una catastrofe nel rapporto tra scienza e società: la gente la sente lontana, estranea. Per questo ho iniziato a fare comunicazione scientifica. Ho lavorato con Piero e Alberto Angela per Superquark+ e Noos, ma il lavoro che mi riempie di più è portare la scienza nei posti dove storicamente è esclusa: periferie, carceri. Lì la paura si affaccia più facilmente. E come diceva Marie Curie: nella vita non bisogna temere, bisogna capire.

Cosa può fare un’associazione come DOMINAE per sostenere donne, sia quelle già formate che le generazioni future?

Esistere come rete è già prezioso: dimostra una volontà condivisa che non è marginale. Andate nelle scuole, fin dalle più piccole, a cambiare immaginari: mostrate modelli diversi, date strumenti di pensiero scientifico. Costruite reti solide, come fanno gli uomini da sempre – l’old boys’ network funziona perché si autoalimenta. Condividete contatti, opportunità, posizioni. Fate massa critica. Fatelo non per prendere pezzi di quel potere, ma per appropriarvene con l’obiettivo di ripensarlo e riscriverlo.

E insegnate alle giovani donne – ma anche a quelle meno giovani – a parlare di soldi senza vergogna: è un retaggio culturale che ci penalizza. Leggete Azzurra Rinaldi. L’innovazione non è solo inventare qualcosa di geniale: è far digerire l’idea agli altri, includerli nel progetto. Se non comunichi, resti Aristarco di Samo: scopri l’eliocentrismo nel III secolo a.C. e resti chiuso in un cassetto fino a Copernico.

Qual è l’eredità che vorresti lasciare?

Vorrei inventare degli occhiali immaginari che ti facciano fare qualcosa di simile ad Alice nel Paese delle Meraviglie. Occhiali che ti fanno diventare grandissima e poi piccolissima, che ti permettono di zoomare sul dettaglio intimo della vita – il respiro, un’emozione, un momento – e poi allontanarti fino a vedere tutto come parte di un cosmo immenso. Cambiare scala continuamente: dal microscopico al cosmico, dal personale al collettivo. È il viaggio più importante. Vorrei passarlo alle ragazze, ai ragazzi, soprattutto alle persone che la società relega ai margini. Così, forse, avremo meno paura della complessità. E più coraggio di abitarla.

Credits: Ph Bianca Simonetti; Ph fornita direttamente da Edwige Pezzulli (IG @edwigepezzulli)

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